Perché siamo fatti come siamo fatti, noi umani? Due
occhi, due orecchi, la bocca, il naso, una testa, due gambe e due
braccia, alcuni orifizi. Inutile che stia qui a aggiungere altri
particolari, sappiamo tutti quale forma ha il nostro corpo.
Chi l’abbia determinata, questa forma, non ha
importanza adesso. Non voglio impelagarmi in disquisizioni sui massimi
sistemi. Non prenderò posizione sul dibattito se il nostro corpo sia da
imputare a un’entità sovrannaturale, Dio, come sostengono i
creazionisti, o non sia piuttosto il risultato di un processo evolutivo,
come vogliono i seguaci della teoria di Darwin sull’origine della
specie, per i quali siamo «scimmie evolute». Metto fra parentesi queste
interpretazioni, non perché non abbia una mia personale opinione, ma
perché l’identità dell’artefice – il Padre eterno o un processo
biologico – cui attribuire la forma del nostro corpo non è essenziale al
mio discorso.
Parto da un dato di fatto: il nostro corpo ha la
conformazione che tutti conosciamo, un aspetto standard, quello e non un
altro, tale che lo distingue dalle altre specie animali. Ciò significa
che l’uomo – «mammifero caratterizzato dalla stazione eretta, dallo
sviluppo straordinario del cervello, delle facoltà psichiche e
dell’intelligenza, dall’uso esclusivo del linguaggio simbolico
articolato e dalla conseguente capacità di fondare, trasmettere e
modificare una cultura» – è palesemente diverso, per struttura, da un
gorilla o da un moscerino.
Rispetto alla figura normale del corpo umano,
stabilita in natura (pensate all’uomo di Vitruvio), è pur vero che
esistono delle eccezioni, che si allontanano dall’anatomia ordinaria. Mi
riferisco alle deformazioni, agli «scherzi della natura», come vengono
chiamate le mostruosità che affliggono l’aspetto fisico dell’uomo
(individui con due teste, nani orribili, donne ricoperte di peli), su
cui si è scritto molto sia dal punto di vista medico-scientifico che
letterario (1).
Joaquim Alberto Pires de Lima (1877-1959), medico, professore di
medicina e etnografo, membro dell’Accademia delle Scienze di Lisbona,
riporta in As anomalias dos membros nos Portugueses (1927) alcune
immagini di corpi deformi (2). Ad esempio c’è un giovane nato con due
membri, che figura anche nel numero 40 del «Cabinet de curiosités»,
catalogo francese di libri antichi e rari, edito da L’intersigne,
libreria creata da Alain Marchiset a Parigi nel 1985.
Negli Stati Uniti e in Inghilterra, a partire dal XIX
secolo, i «freak show» erano spettacoli circensi in cui si esibivano
«fenomeni da baraccone», persone o animali con aspetto insolito. Su
queste «mostruosità viventi» sono stati realizzati una serie di film, il
primo dei quali diretto da Tod Browning nel 1932.
A parte queste deviazioni, mi chiedo cosa
saremmo se il nostro corpo presentasse – non come fenomeno da baraccone,
ma come morfologia tipica dell’essere umano – caratteristiche diverse
da quelle che ha. Il mio è un esercizio di pura speculazione fantastica,
di «anatomia potenziale», simile alle descrizioni del corpo degli
alieni fatte dagli scrittori di fantascienza.
Tuttavia non intendo parlare degli abitanti di altri
pianeti, marziani o lunatici che siano. Oggetto della mia fantasia è
l’Uomo, l’uomo contemporaneo nella sua attuale fisicità.
L’ipotesi da cui muovo (l’esistenza di quattro gambe)
non è irrealistica. Esistono davvero degli individui imperfetti con
organi «aggiunti» (due gambe in più, piccole rispetto alle originali)
(3).
Supponiamo che l’uomo, invece delle due gambe
normalmente omologate, ne abbia quattro, ovvero due gambe sinistre e due destre,
perfettamente identiche, in tutto e per tutto, a quelle che abbiamo in
dotazione. In che modo muterebbe il suo comportamento?
In primo luogo, con quattro gambe uguali, l’uomo aumenterebbe la
velocità di camminata, il che gli consentirebbe di effettuare più
rapidamente gli spostamenti a piedi. Risparmierebbe tempo e energie.
Raggiungerebbe agevolmente ogni destinazione, evitando, in spazi non
troppo lunghi, l’uso di mezzi di trasporto a motore. Ne deriverebbe una
diminuzione, almeno nelle città, di macchine, autobus, moto,
ciclomotori, vespe, furgoni, e dunque dell’inquinamento atmosferico.
Un altro effetto si avrebbe sul calcio. Il gioco del
calcio, lo sport più seguito al mondo, grazie alle quattro gambe,
diventerebbe più emozionante. Le corse dei calciatori sarebbero più
travolgenti, i dribbling più fantasiosi, i cross più inattesi, data la
difficoltà di prevedere la gamba con cui si effettuano; sarebbero più
estrosi anche i rigori e i calci di punizione, avremmo una maggiore
stabilità nei contrasti, forse meno infortuni, e ne godrebbe la fluidità
del gioco.
Un calcio praticato con quattro gambe (il discorso si può
estendere a altri giochi a squadre) sarebbe uno spettacolo più
irresistibile, porterebbe più spettatori negli stadi, più gente davanti
alla tv, incrementando gli introiti delle società calcistiche e delle
piattaforme televisive a pagamento, con una ricaduta positiva sul PIL
che, in un circolo virtuoso, farebbe aumentare il benessere della
nazione (l’incremento del PIL sarebbe favorito anche dalla maggiore produzione di calzature).
Se l’uomo avesse quattro gambe, potrebbe inoltre
razionalizzare i propri movimenti. Le azioni motorie dei lavoratori
nelle fabbriche sarebbero coordinate al meglio, rendendo più efficiente
la produttività aziendale, favorendo una crescita dei profitti e degli
investimenti che, per via del moltiplicatore keynesiano, si tradurrebbe
in maggiore occupazione e salari più alti. In definitiva l’aggiunta di
due gambe al corpo umano influirebbe in modo tangibile sull’economia.
Detto questo, estendendo la casistica sull’aumento di
organi del corpo umano, mi chiedo quali
conseguenze si verificherebbero sulla nostra vita se avessimo quattro
occhi, magari due collocati dietro la testa, sulla nuca, ampliando a 360
gradi la nostra visuale. In questo caso certamente risulterebbe più
complessa la tecnica del pedinamento investigativo, e però sarebbe più
sicura la guida delle auto, più capillare, da parte delle mamme, il
controllo sui bambini che giocano nei giardini pubblici.
Con due occhi in più, messi dietro la testa, sarebbe
possibile leggere due libri nello stesso istante, vedere due pareti di
quadri in un museo o in una galleria, assistere a due spettacoli,
teatrali e cinematografici, su palcoscenici e schermi situati l’uno di
fronte all’altro, sincronizzando l’audio in modo che non si sovrapponga.
Tutto con un enorme beneficio sul nostro background culturale.
Ragionando di questo passo, cosa succederebbe se avessimo quattro
mani, o più, come la dea Kālī? Quanto la proliferazione delle mani
favorirebbe, in negativo, le azioni dei borsaioli, dei palpeggiatori sui
bus, dei facinorosi nelle scazzottature, degli schiaffeggiatori di
donne, e quanto, in positivo, stimolerebbe l’invenzione di nuovi
strumenti musicali, più creativi? Quali diavolerie avrebbe compiuto
Paganini con quattro mani?
E se avessimo due cuori, come i polpi, di quanto potremmo
amplificare il grado d’intensità delle nostre emozioni? Fin dove
arriverebbe il nostro udito se possedessimo quattro o sei orecchi, quali
distanze coprirebbe oltre la nostra comune percezione sonora, quali
fruscii e battiti d’ali riuscirebbe a catturare? Quali e quanti odori
sentiremmo con due nasi piazzati al centro del nostro volto?
Forse un giorno, non possiamo escluderlo, l’ingegneria genetica
renderà familiari questi scenari, e allora pettinarsi o farsi lo shampoo
avendo due teste diventeranno operazioni più dispendiose, come pure
raggiungere il piacere, da soli, guardando un filmino porno, con due membri a disposizione come il
giovane citato da Pires de Lima.
(1) Ne Il libro dei mostri (Adelphi, Milano, 1978), Rodolfo J.
Wilcock espone brevi ritratti di personaggi mostruosi, come il dottor
Arrigo Plaz che a un certo punto diventa sempre più piccolo e si riduce
al nulla, finendo per nulleggiare e null’altro (vedi pp. 116-117).
(2) Joaquim Alberto Pires de Lima, As anomalias dos membros nos Portugueses, Araujo & Sobrinho, Suc.RES, Porto, 1927.
(3) È il caso di Josephine Myrtle Corbin (1868-1928), statunitense, nata
con quattro gambe di cui due più piccole (riprodotta nella foto).
All’età di tredici anni la Corbin entra nel mondo dei fenomeni da
baraccone, con il soprannome di “Four-Legged Girl from Texas”; lavora
per Phineas Taylor Barnum e il Ringling Brothers Circus. Il suo successo
è così strepitoso che alcuni, per imitarla, si costruiscono delle gambe
finte. All’età di 19 anni, la Corbin sposa Clinton Bicknell, con cui ha
quattro figlie e un figlio.